domenica 21 aprile 2013

Valigia per il parto



Ecco l'elenco della mia valigia per l'ospedale.
Non ho utilizzato tutto quello che ho portato, ma nel più ci sta il meno...ed ero certa di non aver dimenticato niente!!


BORSA PER LA DEGENZA IN OSPEDALE:
-          3 camicie da notte
-          4 mutandine
-          vestiti per il ritorno a casa
-          2 reggiseni
-          2 paia calzini
-          assorbenti
-          vestaglia
-          golfino
-          beauty (spazzolino, dentifricio, detergente doccia, crema viso, crema corpo, spazzola, shampo e balsamo)
-          accappatoio tessuto sintetico
-          asciugamano x bimba
-          5 body cotone
-          5 tutine cotone
-          5 paia calzine
-          6 bavaglini
-          libro
-          un rotolo di pannocarta per fae il bidet
-          caricabatteria cellulare
-          pancera
-          mutandine a rete usa e getta
-          fogli copriwater
-          tappi per orecchie

BORSA PER IL PARTO
-          Piano di Parto
-          Vestiario x raggiungere l’ospedale: tuta, accappatoio spugna, coperta, telo plastica, catino x vomito, scarpe ginnastica.
-          Mutandine usa e getta di rete e assorbenti
-          macchina fotografica con carica batterie
-          panno x il viso
-          burro di cacao
-          bottiglia di acqua
-          succhi di frutta
-          elastico x capelli
-          calze di lana
-          piccolo stereo con CD
-          pantofole e ciabatte di gomma
-          olio mandorle
-          biscotti, cioccolata, barrette energetiche
-          soldi, documento d’identità, tessera sanitaria e cellulare
-          cartella degli esami clinici
-          prima vestizione bimba: body, tutina, calzine, camicino di seta, cuffia, pannolino
-          fazzoletti
-          kit per raccolta campione cordonale
-          copertina bimba
-          2 sacchetti riscaldanti


BORSA PER IL RITORNO A CASA
-          navicella omologata auto
-          sacco bimba
-          cappotto

Separazione. La prova del fuoco.

Ansia da separazione. Dicono che compare verso i 5 mesi e va avanti fino a circa i 2 anni. Gaia credo l’abbia avuta fin dal primo giorno di vita. (Anche oggi, che ormai ha 20 mesi muoversi all’interno della casa con agilità è un’utopia. Appena lascio la stanza in cui lei si trova comincia a lamentarsi e si butta all’inseguimento.) Mi sono quindi fin da subito sentita di doverla rassicurare sul fatto che la mamma ci sarà sempre quando lei ne avrà bisogno.
Ma partiamo dall’inizio.

Prima del parto pensavo “devo dimostrare che non sono una scansafatiche, che non è che adesso perché divento madre al diavolo tutto e mi annullo per questo esserino delizioso” e ponderavo di tornare al lavoro quando Gaia avesse avuto 4-6 mesi.
Gaia aveva solo pochi giorni e io cominciavo a realizzare che questo esserino delizioso non chiedeva che io mi annullassi per lei, semplicemente aveva davvero bisogno di me. Ma, cosa ancor più grave, io avevo bisogno di lei perché lei era parte del mio corpo. Mi era davvero difficile separarmene se non (raramente) per il tempo di una doccia.

Se poi è capitato che qualche volenterosa nonna in un magico momento riuscisse a portarla a fare un giro addormentata in carrozzina, io dopo i primi 5 minuti in cui godevo del tempo concesso a me stessa venivo pervasa da un senso di attesa…immaginavo la mia bambina piangente mentre la nonna di turno correva verso casa spingendo la carrozzina,”perché la nonna di turno, corre subito a casa se la bambina si mette a piangere,vero??Non la farà mica piangere, passeggiando serenamente facendo finta di niente??” e a quel pensiero sentivo il latte gocciolarmi addosso.
Avevo la sensazione che tutti volessero separarmi da lei, mi sentivo assediata alle volte. Come se fosse una cosa “sbagliata” o “morbosa” il fatto che stessimo insieme 24 ore su 24. Sembrava una cosa che disturbava tutti, tranne me e Gaia. Probabilmente la gente lo faceva pensando di togliermi un fastidio, di farmi riposare, invece la verità è che le volte che io acconsentivo lo facevo più per loro che per me, perché separarmi dalla piccola non era affatto rilassante ma piuttosto doloroso perché ero certa che lei se ne sarebbe "lamentata" (e così puntualmente era). E per “lamentata” intendo lacrimoni e singhiozzi da farsi soffocare…no, non potevo permettere che soffrisse così. Perciò stavo bene solo quando lei era sotto i miei occhi. Che sofferenza all’inizio per me acconsentire alle richieste dei parenti di lasciargli la bambina per qualche minuto, per dimostrare che davvero non mi volevo separare dalla bambina per LEI e non per mio puro egoismo. Un po’ alla volta ci sono arrivati tutti e mi hanno creduta: "è una mammona!". Solo in un’ occasione mi sono sentita rispondere con un sorriso mentre Gaia era presa dai singhiozzi “Bhe, così si fa i polmoni!”. (Sono rimasta a bocca aperta e mi sono subito ripresa la bambina.)

Quindi ho vissuto i primi mesi con un senso un po’ di “invasione” quando qualcuno cercava di separarci. Io non avevo bisogno di nessuno per badare a lei, ero ben felice di fare tutto io e soffrivo queste continue visite e proposte di tenere in braccio la bambina, il starle addosso…fortunatamente lei non se ne accorgeva quasi. A volte mi veniva una voglia di scappare via con lei, lontano da tutti, mio marito escluso ovviamente.
Impensabile tornare al lavoro, mi venivano i brividi a immaginare il giorno in cui l’avrei lasciata nelle mani (seppur  amorevolissime) di qualcun altro che non fossi io o suo padre. Qualcuno che non la conosceva come noi, che non sapeva quanto era fragile affettivamente, che non sapeva cosa la faceva calmare, quali trucchi funzionavano per distrarla e che probabilmente non era disposto come me ad assecondarla in tutti i suoi bisogni, soprattutto quello di stare in braccio. Sarei rimasta a casa con lei per sempre. Ma quando Gaia compì 6 mesi tutto divenne molto, molto..troppo impegnativo. Cominciai a capire che non ce la facevo più,  lei ora mi chiedeva più di quanto non potessi dare. Le mie energie ora non bastavano. E cominciai a desiderare di poter avere qualche ora al giorno in cui non dover essere concentrata su di lei, perché fino a quel momento la mia concentrazione su di lei era completa, per tutte le ore di veglia che avevo e un po’ anche durante il sonno, perché era questo che lei mi richiedeva, senza sconti. Andavo a letto con lei la sera e mi risvegliavo con lei la mattina.
Si, sparatemi! Amo stare con mia figlia e amo sapere che lei ama stare con me. A volte sembra vogliano farlo sembrare un crimine, questo, nella società di oggi, invece che un normale istinto materno. “Bisogna mandare i bambini al nido così socializzano…” ma se hanno tanta smania di socializzare, perché quando si vedono al parco non salutano la mamma e gattonano via coi loro amichetti? Forse perché non sono ancora pronti per questo passo? Solo ora che si avvicina ai due anni Gaia riesce a godere della compagnia di altri bimbi... il termine "giocare con altri bimbi" è ancora lontano però.
Per cercare sollievo dalle mie ansie mi sono buttata a capofitto nella lettura di un libro irrinunciabile “Lavorare e allattare si può”, della Leche Ligue (lega materna per l'allattamento).
E’ arrivato settembre, il momento per me di tornare al lavoro. I bambini a 9 mesi dicono che sono all’apice dell’ansia da separazione. Sono state due settimane tremende, la prima di “prove” e la seconda invece di dura realtà lavorativa. Lì per lì mi sono maledetta per aver dato la mia parola di rientrare al lavoro (sebbene una generosa proroga mi fosse già stata concessa! in teoria dovevo rientrare a giugno), ma almeno avevo scelto di rientrare part-time, solo 4 ore al giorno.
Avrei preferito che Gaia si staccasse da me dolcemente, coi suoi ritmi, invece di doverla forzare. A oggi non so ancora bene se dopotutto è stata la cosa migliore o se fosse stato meglio rimandare il mio rientro al lavoro quando Gaia avesse compiuto 1 anno. Ma forse sarei impazzita prima.... Non so. L'unico consiglio che mi sento di dare riguardo a questo argomento è di NON decidere mai la data del rientro prima di avere il bambino tra le braccia. Magari no, ma magari cambia tutto.
Comunque, tornando al racconto, Gaia per i primi 2 giorni della seconda settimana ha urlato tutto il suo terrore di abbandono per tutto il tempo in cui io sono mancata, un’esperienza straziante per tutti: lei, me, nonna e babysitter. Poi dal terzo giorno ha cominciato ad adattarsi, migliorando ogni giorno che passava, fino ad arrivare a sorridermi e farmi ciao ciao con la manina quando la saluto ed esco di casa. E’ stata la cosa più difficile della mia vita “abbandonarla” per qualche ora, sapendola piangente. Per me una rinascita avere qualche ora al giorno in cui non dovermi preoccupare di controllare in che guai si stesse cacciando, ma una tortura sapere che lei invece non stava affatto bene senza di me. Anche qui ho sentito addosso i giudizi…”eh, è abituata a stare sempre in braccio alla mamma, attaccata alla tetta…” come se Gaia fosse la prima bambina a lamentarsi dell’assenza della mamma. Come se il fatto che il cucciolo stia con la mamma fosse una condizione creata artificialmente e non piuttosto una predisposizione biologica di tutte le specie di mammiferi. Gaia non ha mai voluto il ciuccio ne alcun tipo di surrogato materno (pupazzetto, copertina ecc), perché non ne ha bisogno: lei ha sempre avuto la mamma. Ma questo, come sospettavo, non significava che aveva bisogno del seno 24 ore su 24. A 9 mesi ormai mangiava di tutto. Era più un problema di sicurezza, si sentiva al sicuro solo con me. Non per niente il famoso "Attaccamento sicuro" di Bowlby è la base di un sano rapporto tra madre e figlio. Consolante. Un pò amara come consolazione, ma...consolante.
Ma presto ha imparato che anche con la nonna non si sta male. Mia suocera è molto brava a farla giocare e ora si diverte come una pazza. 
Comunque ammetto che in quei duri due giorni di pianto le mie certezze hanno vacillato, mi sono chiesta se non fosse vero che soffriva così perché l’avevo assecondata dandole tutta la mamma che aveva sempre chiesto, senza cercare mai di allontanarla da me e forse questo ora poteva crearle maggiori difficoltà di separazione. Invece i tempi sono stati gli stessi di quelli di qualunque altro bambino. Ancora una volta ero felice di vedere che le mie scelte erano state sagge dopotutto, la bambina era comunque più sicura di se di quanto non sospettassi. Certo, basta che cambi il tempo o che un dentino faccia capolino sulla gengiva per metterla di pessimo umore, ma paradossalmente sono i giorni in cui benedico ancora di più il fatto di poter “staccare” per qualche ora, lasciandola alla nonna! Quando invece ci sono i giorni “di buona”, in cui è un angelo di collaborazione e buonumore…bhe, non la lascerei a nessuno al mondo e devo ammettere che ne sono un po’ gelosa.
Però sono felice che abbia la nonna invece di doverla portare al nido. La nonna, se si ha la fortuna di avere una suocera o una madre brave come le mie, è davvero il massimo secondo me perchè non lo fa per lavoro ma per puro piacere. Così Gaia rimane nel suo ambiente, a casa sua, e quando è stufa la nonna la porta al parco e là conosce altri bambini e se vuole interagisce con loro. Comunque mi rendo conto che non tutti hanno la possibilità (o la volontà) di affidare i bambini ai nonni, mi ritengo fortunata.

sabato 20 aprile 2013

Contatto fisico e Approccio ad alto contatto


L’approccio ad alto contatto è quello che ho adottato io. Significa che:
-         si risponde sempre prontamente al pianto del bambino
-         si prende il bambino in braccio ogni volta che lo richiede
-         si dorme nella stessa stanza col bambino (a letto assieme o anche solo in camera assieme)
-         si allatta a richiesta
-         il bambino è accudito da più persone, non solo dalla madre (tutte persone in linea con questo approccio)
Questo approccio si contrappone a quello a basso contatto. Quello per intenderci che chiede che il bambino venga preso in braccio il meno possibile, anche se piange, che dorma da solo e mangi ad orari stabiliti, che venga adagiato in “contenitori” invece che preso in braccio e che impari a sostituire la madre con surrogati materni (ciuccio, copertina, pupazzino ecc.)
Bhe, non riesco ad immaginare che inferno sarebbe stato scegliere il secondo approccio per il carattere che ha dimostrato Gaia. E’ necessario però aggiungere una cosa: l’ approccio ad alto contatto sarebbe comunque stato molto difficile se non avessi avuto un supporto indispensabile: la fascia. Il primo libro che ho letto dopo la nascita di Gaia è stato “Portare i piccoli” di Esther Weber e quindi ci sono particolarmente affezionata. Mi ha convinto l’idea che, in linea con la mia scoperta di essere un mammifero, il mio cucciolo abbia i bisogni di un animaletto e sia semplicemente puro istinto. Quindi non fa “i capricci”…è solo che il suo DNA gli dice che se viene lasciato solo e non urla come un pazzo morirà di sicuro. Il pianto dei bambini è paura di morire.
E’ un cucciolo si, ma non tutti i cuccioli di mammiferi hanno gli stessi istinti. I gattini ad esempio sono dei nidiacei, ovvero hanno bisogno di fare poche poppate, e stanno bene se lasciati a tenersi caldo tutti insieme, così la mamma può andare a caccia mentre loro se ne stanno zitti. I cavalli invece sono nidifughi, ovvero come nascono si alzano in piedi e seguono la madre ovunque. Il cucciolo d’uomo con l’attento studio effettuato da questa autrice risulta essere un portato passivo. Ovvero non un koala, che si aggrappa alla madre con le sue forze e se ne va in giro con lei (portato attivo), ma un cucciolo che è fatto apposta per stare addosso a sua madre, ma ha bisogno di essere sorretto perché da solo non riesce a restare aggrappato.
Abbracciata questa filosofia, a seguito anche di un incontro informativo sull’uso della fascia a cui avevo partecipato quando ancora ero incinta, ho atteso che Gaia compisse un mese per iniziare ad usarla. Margherita, una mia amica con una bimba di un anno, venne a casa mia a mostrarmi nuovamente come legare la fascia e così…mi buttai. All’inizio era un po’ strano, non ero certa che avrei padroneggiato lo strumento, ma Gaia sembrava apprezzare e mi è bastato insistere ad esercitarmi per qualche giorno per acquisire sicurezza. Ne è valsa davvero la pena perché fino a quel momento Gaia l’avevo tenuta solo con le braccia e ora mi si stavano staccando!! Dei dolori alla schiena, in alto, che non presagivano nulla di buono. E Gaia aveva appena un mese!!
Con la fascia tutti i dolori sparirono e anche ora che lei pesa 10 kg, l’ho passata sul fianco e sulla schiena ok, ma il mal di schiena non lo soffro assolutamente ne finora l’ho mai sofferto. Gaia dimostra di aver un gran bisogno di contatto fisico, lo ricerca spesso. Ed è una gioia poterla accontentare ogni volta che vuole venire in braccio, senza fatica. I primi mesi ricordo che mi sedevo sempre a tavola con la bambina che dormiva nella fascia e le mangiavo sulla testa e i miei suoceri mi guardavano con pietà e mi dicevano ”…ma perchè non la metti giù?” Pensando che io fossi scomoda, che facessi fatica. E io sconsolata non riuscivo a fargli capire che a me andava bene così, che non era un problema, anzi, quella era la soluzione al mio problema, perché se cercavo di metterla giù la bambina si svegliava subito piangendo e allora addio cena, mentre se me la tenevo addosso eravamo entrambe contente e io non ero affatto affaticata, era come mangiare quando ancora avevo il pancione, tutto qui. Solo che non mi facevano male le costole finalmente! Ecco forse l’unica cosa era che avevo lo stomaco un po’ compresso, ma ripeto, sul piano della bilancia i benefici erano troppi paragonati ai piccoli disagi.
Inoltre devo aggiungere che il fatto di essermi portata addosso la bambina per tutti questi mesi mi ha conferito una tonicità muscolare a livello di braccia gambe e glutei che prima della gravidanza non ho mai avuto!! E’ stato come fare un allenamento progressivo di tonificazione muscolare. Altro che palestra, non sono mai stata così asciutta e soda.
Comunque con questa scelta non voglio dire che il passeggino l’ovetto e la sdraietta sono da demonizzare eh? Gaia sta nel passeggino volentieri quando io non ci sono e a volte ci sta volentieri anche quando io ci sono, però è lei a scegliere, è questo l’importante. Che non le venga imposto niente, che i suoi bisogni vengano sempre ascoltati. Non l’ho messa nella fascia perché non volevo metterla nel passeggino, l’ho messa nella fascia perché nel passeggino piangeva, voleva stare in braccio e io sapevo che non erano capricci, ma vero terrore di essere perduta, era bisogno di contatto. Ora che nel passeggino ci sta volentieri in braccio ci viene molto meno, ma le coccole sono sempre le coccole…non gliele si può mica negare!

venerdì 19 aprile 2013

Difendersi dai consigli non richiesti



Passo per una trasgressiva un pò fricchettona ma sinceramente ho imparato a non badarci, perchè questo è l’unico modo per vivere serenamente la mia maternità. Non ho la presunzione di dire che le mamme che non fanno come me sbagliano, ogni mamma è diversa, ogni bimbo è diverso e quindi ognuna deve trovare la propria “formula” della felicità. Io ho trovato la mia e non me la lascio togliere da nessuno.
Il problema della gente che si fa gli affari tuoi è l’unico vero problema che ho riscontrato nella mia esperienza finora.
Ho differenziato due casistiche: disapprovazione degli estranei e disapprovazione di parenti/persone a cui sei affettivamente legata.
Io ho risolto così.
Estranei: fregarsene e andare per la propria strada (la gente tanto non capisce,non posso pretendere che capiscano tutti, concentriamoci quindi solo sulle persone a cui siamo legati affettivamente). Esempio, dialogo tipo con la mia vicina di casa “Dorme nel lettino?” “Dorme benissimo, nel lettone con noi!” “Aaah! Che viziatella!” “No, no, è una scelta.” “Ah.” “Si chiama Approccio ad Alto Contatto. Ne siamo entusiasti!”. Questo di solito fa ammutolire l’estraneo di turno.
Parenti/persone a cui vuoi bene: io ho risolto il problema così. Gaia aveva 2 mesi e io non ne potevo più di piangere la notte a causa della pressione esercitata dalle critiche dei famigliari. Ho invitato tutta la famiglia al completo a cena (ho comprato le lasagne, col cavolo che riuscivo a cucinare) mi sono alzata e ho fatto un discorso al termine del quale la mia bambina si è profusa in gridolini di approvazione, come se avesse percepito che la mia tensione andava finalmente sciogliendosi. Il mio breve discorso faceva pressappoco così “Da quando è nata Gaia, le uniche notti che ho passato piangendo sono state quelle dei giorni in cui mi sono sentita giudicata nel mio ruolo di madre. Del giudizio della gente non mi sono mai preoccupata, ma il giudizio di parenti e persone a cui voglio bene ha un grosso impatto su di me e mi ferisce molto….io so che tipo di madre voglio essere e se dovessi avere dei dubbi vi assicuro che non esiterò a chiedervi aiuto e consiglio. Ma se ciò non avviene, ho bisogno che d’ora in avanti voi semplicemente mi diate fiducia e rispettiate le mie scelte senza intervenire. Ho bisogno di questo ora da voi, altrimenti questi bellissimi momenti che sono i primi mesi di vita della mia bambina rischiano di essere rovinati. So che mi volete bene quindi vi prego, aiutatemi ad essere serena. ” E poi avevo comprato una copia di un libro che ho consegnato a ognuno di loro. Era il libro “Besame Mucho” di Carlos Gonzales ma qualunque libro mi avesse ispirata sarebbe stato uguale, tanto il libro è solo un simbolo, è servito per sancire meglio il concetto. Sono abbastanza sicura che nessuno l’abbia poi letto, ma l’obbiettivo è stato comunque raggiunto perché da quel momento loro hanno fatto un passo indietro e io mi sono sentita davvero rispettata come madre. Ha funzionato alla grande.
Prima di fare quella “cena con discorso” ai parenti anche io avevo cercato di fermare le loro critiche in altri modi, prendendoli separatamente uno ad uno, alzando anche i toni a volte, ma non aveva sortito nessun effetto. E’ stato solo mettendoli tutti insieme e facendogli capire che i loro tentativi di aiutarmi mi erano più nocivi che utili, che è cambiato tutto. Anche perchè mettendoli tutti insieme e facendo un discorso generico ho evitato lo scontro diretto con le specifiche persone a cui quel discorso era diretto.
Un discorso a parte va fatto per il  marito/compagno, il papà del bambino. Lui è necessario che sostenga o per lo meno non ti intralci in queste decisioni la mamma, altrimenti è davvero dura farcela. Ho avuto la fortuna di avere sempre mio marito a supportarmi.

Racconto di uno Splendido Parto

di Elisa  (Mantova - Gennaio 2012).

Cara Irene, ecco le pagine del mio diario che raccontano della nascita di Viola.

38° SETTIMANA
Questa settimana è iniziata in modo interessante, con alcune notti un po’ movimentate tra visite notturne al bagno, doloretti tipo premestruali accompagnato da pancione indurito, le cosiddette contrazioni preparatorie insomma. Sono felice che ci siano queste novità. Però il sonno è profondo e molto riposante. Dormo meglio ora che al 7° mese!
Alla fine di questa settimana c’è la luna piena, chissà se è il tuo treno o se magari aspetterai il prossimo, la luna nuova del 24 dicembre…o magari te ne infischi delle lune e fai di testa tua!
Questa settimana ho concluso le ultime “commissioni”: le pratiche con l’ospedale per la raccolta del sangue del cordone ombelicale, ho ritirato i risultati delle ultime analisi del sangue e del tampone vaginale (negativo!!che bello, ora se mi si rompono le acque so che non ho fretta di andare in ospedale) e ultima visita con la Ollago, che ci ha confermato che va tutto benissimo e che sei già scesa (lo sospettavo visto che devo fare pipì ogni ora e che invece lo stomaco e le costole sono molto più a loro agio! Inoltre quasi ogni giorno sento ogni tanto una pressione lievemente dolorosa, in fondo al pancione:la tua testolina che pesa). Sei intorno ai 3 kg, ne troppo grande  ne troppo piccola, giusta insomma, come d’altronde sei sempre stata.
Insomma, è tutto pronto e tu puoi davvero arrivare da un momento all’altro. Sono un po’ agitata anche se non lo ammetto con nessuno, e mi è venuto in mente che questa mia celata agitazione potrebbe ostacolare l’avvio del travaglio, il che non va bene. Se mi chiedo: “Allora: se il travaglio partisse adesso? Come ti sentiresti?” e mi viene da pensare che mi sentirei più agitata che felice e penserei che non sono ancora pronta, perché devo mettere a posto la contabilità di casa, finire di scrivere una lettera a tuo padre (sto preparando una lettera per lui per il giorno del parto), impacchettare i regali di Natale, pulire il mouse del PC che non funziona bene…tutte scuse insomma. Quindi mi sono ripromessa di mettere a posto tutte queste formalità oggi stesso, così poi non ho più alibi e devo ammettere che sono davvero pronta e decidermi ad inviarti messaggi di “via libera”! Ho letto da qualche parte che il dolore del parto è funzionale proprio al fatto che altrimenti la mamma arriva a un punto tale di simbiosi che altrimenti farebbe fatica ad accettare la separazione che comporta la nascita del bambino. Credo ci sia del vero.
Tuo padre invece non sta più nella pelle, non vede l’ora che tu nasca! Io ovviamente spero che tu nasca entro la 41° settimana perché vorrei proprio evitare l’induzione, ma non ho tutta sta fretta di sentir iniziare il travaglio…anche se dovrei essere molto più tranquilla a riguardo. I dolori già dovrei conoscerli visto che da quando ho 13 anni ho dei dolori mestruali molto forti e avere un minimo di esperienza per saperli affrontare abbastanza bene, e poi il fatto che la Chiara (amica ostetrica) sia disponibile a venire ad assisterci durante il travaglio è molto rassicurante e mi permette di non farmi prendere dal panico di correre all’ospedale di Pieve, che tra l'altro dista un'ora da Mantova. Meglio restare a casa il più a lungo possibile. Forse le mie insicurezze riguardano più che altro la durata del travaglio, perché sono “allenata” a sopportare circa 4 ore, ma non so se davanti a 8-12 ore di travaglio sarò altrettanto brava. Però per lo meno questa volta è un dolore costruttivo, con un fine ben preciso che mi motiva molto alla sopportazione. Comunque devo dire che ho molta fiducia in te. Per come ho potuto conoscerti finora mi sei sembrata una bimba con le idee molto chiare, hai passato nove mesi a testa in giù, come se fossi sempre stata consapevole del tuo obbiettivo, ti sei allenata con singhiozzi e ginnastica, come una piccola atleta, ma hai anche sopportato con molta pazienza questa mamma che non si è molto risparmiata in fatiche e attività, hai guidato me e papà nel nostro rapporto con te, dimostrando il tuo interesse per le nostre carezze, per le nostre attenzioni verso di te. Insomma, so che sarai la mia piccola guida anche nel travaglio e nel parto. Dovrei solo abbandonarmi a te, a cui sembra che il tuo angelo custode abbia dato le istruzioni per uscire di lì, affidarmi a ciò che c’è in serbo per noi. Con tutte le preghiere che hanno accompagnato la nostra gravidanza, davvero non dovrei far altro che affidarmi ciecamente!
Giovedì era festa, L’Immacolata, e io e papà siamo andati al nostro ristorante preferito, Giallo Zucca, a cena. E’ il ristorante dove siamo andati quando abbiamo scoperto la gravidanza e dove abbiamo scelto il tuo nome quindi ci è piaciuto tornare lì ora che manca poco al tuo arrivo. E’ forse una delle ultime cenette che faremo noi due insieme, prima del tuo arrivo, anzi, speriamo che sia proprio l’ultima: ormai devi proprio raggiungerci qua fuori, Viola! Non parliamo che di te!


Alle ore 16:00 dello stesso giorno in cui ti scrivevo qui sopra, dopo aver impacchettato i regali di Natale e scritto la lettera a papà, mi si sono rotte le acque mentre mi accingevo a preparare una torta (ma non ne avevo granchè voglia stranamente…). Come se mi fossi fatta la pipì addosso. Sono corsa in bagno e asciugandomi ho riscontrato un liquido rosato. “Carlo…mi sa che mi si sono rotte le acque” ho detto a papà, che stava giocando con l’Xbox e ha subito salutato i suoi amici dalla cuffietta “Ragazzi, vi saluto, ho l’Elisa che sta poco bene!”. In realtà io stavo benissimo, nessuna contrazione ancora. Rimanendo seduta sul water ho chiamato la Chiara che mi ha risposto subito, dicendo che sarebbe venuta a controllare se si trattava davvero della rottura delle acque. Intanto papà, eccitato ma controllato, ha iniziato a fare mente locale delle cose che c’erano da fare. Io intanto mi dicevo “ma no dai, vedrai che non si sono rotte le acque, sarà un falso allarme…non sto mica per partorire…”. La Chiara è arrivata quasi subito e con uno stick ha controllato se si trattatava di liquido amniotico e lo stick è risultato positivo. Allora visto che ancora non avevo contrazioni ci ha detto che sarebbe tornata dopo un’oretta e ha dato incarico a papà di monitorare le contrazioni in caso cominciassero. Di lì a poco sono cominicati a venirmi gli ormai familiari dolori tipo mestruali. Mi sono sistemata in sala, sul divano, papà ha acceso le luci basse, ha messo su il mio CD di musica rilassante per il travaglio e si è seduto con me registrando con cronometro alla mano la distanza tra una contrazione e l’altra e la durata. Dopo un’oretta è tornata la Chiara, trovandomi in evidente travaglio. Io ero davvero rilassata, era fantastico poter fare il travaglio a casa mia, con Chiara e papà, in quell’atmosfera calma. Tra l’altro il dolore sembrava essere davvero gestibilissimo, quando arrivava la contrazione alzavo un dito e papà faceva partire il cronometro, respiravo profondamente e affrontavo l’onda, che in quello che mi sembrava pochi secondi si spegneva completamente, facendomi tornare totalmente in me, sorridente, e riprendevo a chiacchierare con i miei compagni di avventura. Tutto questo era molto diverso da ciò che finora avevo vissuto come dolori mestruali: 4 ore ininterrotte di dolore all’apice della contrazione, niente pause. Il travaglio era stupendo a confronto! Il dolore vero durava solo pochi istanti per poi scomparire totalmente lasciandomi mezza addormentata. E intanto pensavo “sarà meglio che io cerchi di dormire tra una contrazione e l’altra, sicuramente andrò avanti per tutta la notte e forse anche oltre!” però in realtà non ci riuscivo. Guardavo Chiara e Carlo e mi dispiaceva che loro fossero lì probabilmente ad annoiarsi e chissà per quanto tempo, anche se loro continuavano a ripetermi di non preoccuparmi.
A un certo momento durante una contrazione ho sentito di dovermi accovacciare per terra, dove papà aveva steso un asciugamano (per fortuna) e ho avuto una grande perdita di liquido limpido, che la Chiara ha costatato essere di nuovo liquido amniotico. Risalita sul divano tra una contrazione e l’altra ho anche avuto bisogno di vomitare un paio di volte nel catino che avevo previsto mi sarebbe proprio servito per questo scopo. Ero felice di aver vomitato perché sapevo che questo avrebbe accelerato il travaglio e inoltre vomitare mi dava anche sollievo. Come era sempre successo in anni di dolori mestruali d’altronde.
Stavo in ginocchio, accovacciata contro lo schienale del divano e oscillare il bacino quando arrivava la contrazione era di grande aiuto e sollievo.
Io continuavo a dirmi che sicuramente sarebbe stata lunga…insomma, i dolori veri dovevano ancora arrivare no? Invece no. Erano quelli. Dopo un lasso di tempo indefinito che poi ho saputo essere un paio di ore di travaglio la Chiara mi ha visitatat e detto che se ero d’accordo secondo lei si poteva partire per l’ospedale. Io ho pensato “ma come, di già? no…io volevo fare tutto il travaglio a casa…” però guardando la faccia di papà ho capito che per non farlo preoccupare era meglio partire. Io comunque ero serenissima, sentivo che stava andando tutto bene e avevo fiducia in tutto quello che il mio corpo e tu stavate facendo ed ero sorpresa che fosse tutto così affrontabile, sarei rimasta tranquillamente a casa, chi aveva bisogno dell’ospedale? Mentre papà preparava l’auto io e Chiara siamo salite su in camera. L’idea era quella di farmi un bagno caldo prima di partire. Papà aveva riempito la vasca di acqua bollente ma mentre me ne accorgevo mi è arrivata giusto una contrazione quindi mi sono infilata comunque nella vasca, con l’acqua che scottava. Devo dire che però quella temperatura era fantastica per tenerci in ammollo il pancione e mi ha dato davvero molto sollievo dall’inguine in su! Non appena è finita la contrazione però ho detto “aprite di botto l’acqua fredda!” Avevo tutta la pelle rossa ah ah! Si stava davvero bene nell’acqua comunque e credo che quel bagno abbia davvero aiutato perché quando sono uscita dalla vasca le contrazioni erano davvero molto ravvicinate, tanto che dopo che Chiara mi ha aiutata a rivestirmi, ogni due passi che facevo mi dovevo accucciare a quattro zampe per affrontarle. Abbiamo raggiunto l’ascensore nel quale sono entrata gattonando, con grandi risate di tutti noi tre! Raggiunto il piano terra sono salita in auto che papà aveva riempito con coperte e cuscini e ho trovato la posizione a me più comoda, seduta dritta tra i sedili posteriori e quelli anteriori, un po’ in sospensione, perché appoggiare l’osso sacro sul sedile mi dava molto fastidio. La Chiara a ogni contrazione mi massaggiava vigorosamente la schiena a livello lombare, dandomi tanto solievo. Le luci dei semafori e degli alberi di Natale per strada erano come più vivide, era stranissimo guardare il paesaggio. Papà guidava ed ero felice di vederlo calmo. Verso la fine del viaggio ho cominciato a sentire il bisogno di spingere. Siamo arrivati all’ospedale di Pieve dove mi hanno subito visitata e constatato una dilatazione di 9 cm. L’ostetrica era davvero antipatica e si è arrabbiata perché dovevamo arrivare prima a sua avviso. Io ero felicissima invece di aver fatto tutto il travaglio a casa mia! Era perfetto essere arrivati in ospedale giusto per il parto. Sono stata subito portata in sala parto dove ancora una volta ero completamente serena, zen direi, era come se nella sala ci fossimo solo io Carlo e Chiara, non me ne fregava nulla dell’ostetrica arrabbiata e ho finito per collaborare con le sue richieste lasciandomi mettere il monitoraggio fetale e desistendo dalle mie speranze di mettermi in una posizione di mia scelta per il parto. C'era però una ginecologa bionda, gentilissima, che ricordo ha abbassato le luci e l'ho ringraziata perchè mi faceva piacerestare nella penombra. Ad ogni modo tutto è andato benissimo, Carlo mi era accanto e Chiara mi rassicurava sul fatto che mi sembrasse di non fare progressi mentre invece la tua testolina a ogni spinta avanzava. Infatti dopo circa 45 minuti sei scivolata fuori senza ne tuoi pianti ne mie grida e con un regalo: nessuna lacerazione. Quando ti ho vista mi sono stupita che i miei sforzi avessero permesso il passaggio di tutto quel popò di bimba, mi eri sembrata molto più piccola mentre uscivi. Eri di colore violaceo, con un viso rilassato e tanti capelli neri e nella poca lucidità del momento ho pensato “ecco Viola! È normale che sia di questo colore, è Viola!”. Ho guardato papà che in quel momento scoppiava a piangere per la felicità e ci siamo baciati.

Elisa